L'illuminazione

Agli inizi degli anni 80 era tornato da un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, impressionato (è proprio il caso di dirlo, più avanti si capirà il perchè) da quel che aveva scoperto, a parte l'ovvietà dei dieci anni avanti, o dei dieci anni indietro di noi italiani rispetto agli americani.

 
  Gli era capitato, come poi ci raccontò, di intervenire a presentazioni di prodotti software che la sua comitiva era andata a visionare, e di esser rimasto appunto impressionato non dai prodotti, ma dal modo di illustrarli: non usavano i soliti lucidi tirati già alla bell'e meglio con i pennarelli colorati che uno vedeva metà di quel che c'era scritto, ma proiettavano diapositive, realizzate in modo professionale, con colori saturi, con grafica perfetta: torte, istogrammi, organigrammi, testi con caratteri definiti e, stupore stupore, anche disegni.
 
  Estasiato, aveva chiesto come facessero, se c'era come da noi, purtroppo a costi proibitivi, uno bravissimo che disegnava giganteschi pannelli che poi si fotografavano, e la risposta che ottenne fu stupefacente: li facevano utilizzando i computer.
E per le diapositive? chiese, fotografate il monitor?
No, usavano un computer per guidare un film-recorder, una specie di macchina fotografica gigantesca, che impressionava, non solo per la mole, ma emettendo una linea luminosissima che si muoveva su di un monitor, la pellicola positiva (o negativa, a scelta) producendo in tal modo le diapositive. Una specie di scanner, insomma.
E lo facevano da anni, dagli anni '70.
 
  Questo ci raccontava.
E lo scopo del raccontare era di convincerci a finanziare la nascita di un'impresa che si mettesse a produrre diapositive a supporto degli oratori, come aveva visto fare negli States.

Tenete conto che in quegli anni per computer si intendeva un elaboratore, un mainframe, e lo intendevano in pochetti, giusto gli addetti ai lavori. Di P(ersonal) C(omputer), già, il nome è un acronimo, di quella roba lì non c'era traccia.
C'era in giro praticamente solo roba Olivetti, M20, M24, tutto rigorosamente in bianco e nero e con capacità grafiche paragonabili ai primi videogiochi.
   
   

Ma la sua fortuna fu che uno degli ascoltatori fosse il solito artista mancato che faceva il programmatore, che tutti i programmatori a quei tempi erano artisti mancati, e lo faceva per tirare a casa la pagnotta. Ed il lato artistico era la passione per il disegno.
Di qui la folgorazione, l'illuminazione.
Altra fortuna era che non poteva trovar momento migliore: Noi si stava da un po' di tempo considerando che le nostre attività non avevano ormai molto futuro e, pur non disponendo di money, d'argent, di denaro, eravamo alla ricerca di qualcosa in cui impegnarci ed in cui impegnare la propria affidabilità bancaria.
Che in Italia non è che si lavorasse con i propri soldi, si lavorava sulla fiducia delle banche. Come ora.
Ma questa è un'altra storia, oltre che la solita storia.

Detto fatto, si fece l'affare, ed iniziarono i problemi.

Lui non era sicuro di quale strumentazione acquistare, poichè, tornando dagli States, aveva portato con se nomi ed indirizzi di due compagnie: la prima era la Genigraphics, in seconda battuta c'era la Dicomed. Occorreva fare una scelta.
Ed il modo migliore fu individuato nell'andare a vedere "de visu" (si dice "de visu" e non "de oculo" e non ho mai capito come mai) come operassero i nostri futuri omologhi all'estero.
E, dopo svariate telefonate in giro per il mondo, s'erano individuati due centri di produzione, uno per ogni fornitore, uno in Svizzera (Dicomed) ed uno in Belgio (Genigraphics).

E fu così che decidemmo di partire, lui ed io. Gli altri tali li si lasciava in trepidante attesa.

Come partimmo e come tornammo, perchè poi tornammo, sono materia del prossimo capitolo:
la ricerca (La recherche).

La cosa continua ....

 

(*) L'immagine all'interno del telaietto è tratta da un volantino pubblicitario o da una inserzione pubblicitaria Genigraphics.

 
 

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