La recherche.

S'erano fissati due appuntamenti, in due giorni, uno nel primo pomeriggio e l'altro la mattina successiva.
E si partiva da Milano, che da Torino di voli per Ginevra non ce n'erano.

 
  Dunque s'arriva a Ginevra che saranno le 11 di mattina e ci tocca tirare a far tardi per arrivare all'ora dell'appuntamento. Girovagando per le strade non puoi non notare che sono pulitissime, che uno quasi quasi gli vien voglia di togliersi le scarpe per non sporcarle. Non sporcare le strade, mica le scarpe.

Mentre lo penso lo dico ad alta voce e lui mi risponde che sono pulite così in quanto le hanno pulite gli italiani. Che si son fatti un coso tanto a pulirgliele, 'ste porche di strade.
E noto una certa acredine in quel che dice ed in come lo dice.
 
   

Mi chiedo come mai tutti gli italiani puliti ed educati siano emigrati in Svizzera, mentre noi ci siamo tenuti tutti quelli sporchi e maleducati.
Ma non lo dico, per non offenderlo, che lui in Italia c'è rimasto.

Arrivano le due si pomeriggio e noi precisissimi, per mica sfigurare con lo svizzero che ci aspettava alle due precise, suoniamo alla porta dello studio.
Bello, pulito. Lo studio e anche lui, il titolare: leggermente svagato e demodè, foularino frufru al collo e quel tono che non si capisce se lo è o se lo vorrebbe.
Comunque stragentile, ci mostra una scrivania ultramoderna, che poi si rivela essere una workstation, ci spiega qualcosina, ma ci tiene a parlare in inglese, e non c'è niente di meglio di uno svizzero che ci tiene a parlare in inglese, per non capirci niente. Specialmente con me che non parlo l'inglese. Che io avevo anche provato a dargli l'acchito col francese, sfoggiando un: bon après-midi, con una erre arrotata che sembrava un cavatappi.
Comunque ci mostra anche il film-recorder.
Gli chiediamo informazioni sul mercato, ma vien fuori che lui si occupa fondamentalmente di still life, di lavori pubblicitari: un lavoro di nicchia, che svolge per fotografi e studi grafici, che gli rende benissimo di che vivere, ma per uno solo. Dice che il costo delle attrezzature è spropositato e che produrci su è decisamente oneroso, quindi deve tener altissimi i prezzi, roba che a fare diapositive costa più che a fotografare i pannelli giganti fatti a mano.
Scoraggiante per noi che si pensava ad un mercato più vasto.
Finisce che lasciamo la Svizzera pulita come l'abbiamo trovata ma con la sensazione di aver fatto un buco nell'acqua, che ancora oggi nel lago di Ginevra stanno lì a non capire come turarlo, e con il sospetto che non si dica bon après-midi.

Verso le 6 ci si rimbarca sull'aereo per l'Olanda, destinazione Amsterdam, per poi andare ad Haarlem in treno, che dovrebbe trovarsi accanto all'aeroporto.
Si arriva che saranno le sette di sera ed è quasi scuro. Mentre cerchiamo di orientarci per andare verso i treni, scorgiamo una pensilina che fa da fermata per i bus. Per terra è pieno di cartacce, l'erba l'han tagliata un secolo fa, ma è pur sempre una stazione bus. E sul cartello con le indicazioni dei percorsi vediamo scritto: Haarlem.

 
  Detto fatto: decidiamo di prendere l'autobus.
A far due conti ci si era detto che saremmo arrivati in una mezz'ora, al massimo un tre quarti d'ora.
Due ore dopo stavamo ancora vagando per le campagne olandesi.
 
   

Per carità, belle le casette, tutte caratteristiche, tutte piccine, al massimo due piani, tutte coi tulipani fuori e dentro. Solo che noi s'era preso l'autobus che faceva il giro di tutti i paesi dell'entroterra olandese. E meno male che l'Olanda non è poi grandissima.
Che ad un certo punto ci venne anche il dubbio che ci stessero portando all'Harlem di Manhattan.
Gira che ti gira, senza contare quanto giravano anche a noi, verso mezzanotte s'arriva ad Haarlem.
Quella olandese.
Stravolti, affamati, ma anche stupiti che il viaggio non c'era poi costato che pochi gould. Che sono la moneta del posto. Da noi in tram con quei soldi si andava giusto da porta nuova a porta pila.

Per fortuna nell'albergo era sempre aperto il servizio ristorante. Il cameriere s'era anche scusato per non aver molta scelta, vista l'ora.
E vista l'ora, e visto il menù, ci siamo detti che doveva capitare spesso che i turisti si sbagliassero e, invece del treno, pigliassero l'autobus come era successo a noi.

Nell'andare nelle camere, ripensando alle condizioni della stazione bus, dico ad alta voce che m'era sembrata un po' sporca. Lui mi dice che tutta l'Olanda è sporca.
Colpa degli italiani, gli chiedo?
Non mi ha risposto, ma credo che non ci abbia dormito su.

La cosa continua ....

 


 
 

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